viaggio a miami

Welcome to #Miami, bienvenido a Miami

La porta #ovest.

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DALL’IMMIGRAZIONE AI TORNADO, DALLE GUERRE INDIANE ALLA CRISI CUBANA, DAI NARCOTRAFFICANTI AL VIZIO, IL VOLTO SPORCO DI MIAMI, UNA DELLE METE PIU’ BELLE DEL MONDO

Estesa, sconfinata alla vista, verde, bianca, azzurra, una città totale. La modernità dello skyline, affascinante e lineare, morde affacciandosi sull’Oceano Atlantico, dalla spiaggia emergono i grattacieli di South Beach, ordinati ed esasperati, nello splendido esercizio architettonico che gli investimenti delle grandi catene alberghiere hanno reso possibile.

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Adoro l’abbondanza della natura che si accalca tra mangrovie e palmizi sul fiume Miami, seppellendo letteralmente le ville esclusive di vip e giovani rampanti milionari; appena sopra i tetti che sporgono, raramente a dire il vero, dal verde della costa della Biscaine Bay, troneggiano grattacieli bianchi, torri di vetro, appartamenti costosissimi che dividono con la spiaggia il dominio di una delle coste più conosciute del mondo: Miami Beach.

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Camminando sulla Collins Avenue, che sfila diritta come una lama da South Beach fino oltre Haulover Park a miglia e miglia di distanza, si percepiscono le reali dimensioni su cui estende l’area. Puntare una delle torri lontane e cercare di raggiungerla a piedi, sfidando il caldo, convinti che l’altezza detti anche le misure della lontananza è uno degli errori che si compiono puntualmente. In realtà, il mix di superficie piatta e imponenti architetture sfalsa completamente le proporzioni e ci si avventura in traversate di 2 ore per scattare una foto. Quanto ho fatto io a poche ore dal tramonto.

Dal 18° piano del #Gansevoort Hotel, su Collins Avenue, appostato strategicamente a bordo di un lettino bianco, parcheggiato tra circa 60 posti selezionati per i giovani americani facoltosi che si riversano a Miami in settembre, sul bordo della piscina regolarmente popolata dal delirio pomeridiano della dance people, osservo il quartiere finanziario di #Brickell, dall’altra parte del fiume. I ponti principali di Julia #Tuttle a nord e Mac Arthur a sud spalleggiano il piccolo passaggio che scavalca #Venetian Island attraversando tutta la baia fino alla Trinity Cathedral. Scendo velocemente in stanza, il tramonto sopraggiunge rapidamente, un’ora di sole sembra essere sufficiente per scattare una foto dello #skyline finanziario dalla Venetian #Causeway, catturando magari la luce delle barche in rientro che attraversano il Mec Arthur Bridge tutto illuminato. Dal Gansevoort scendo in basso verso #Lincoln Road e da lì su verso il Venetian: una traversata da impavidi, otto chilometri a passo di corsa, carico di zaino e macchina fotografica, per cogliere il momento perfetto in cui le luci della città cominciano pungere l’azzurro intenso del cielo della Florida. Uno sforzo incredibile, ma utile: all’arrivo mi conquisto uno spazio tra le fronde degli alberi dell’ultima isoletta e comincio a scattare. Ogni storia sembra rivelarsi nelle luci.

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Sulla terra ferma, al di là di #South_Beach, #Miami si presenta colossale, ricca, pulita. La sensazione di benessere e modernità, che si percepisce dalla razionalità con cui il quartiere finanziario di Brickell sorge nella cristallina estate americana, si insinua tra i vialetti e i giardinetti curati, si annoda nella #bayside dei localini popolari per ritornare sulle highway che ti trascinano a decine e decine di miglia a caccia di uno shop che sembra disperso nel cuore degli Stati Uniti stessi. Sono molto diverse le cose rispetto a quando le tribù indiane Seminole occupavano questi territori (come ovunque in America e come in molte altre parti del mondo, certo), ma nel caso degli USA la rapidità dei cambiamenti è devastante. Osservo le torri di alcune delle più importanti corporations internazionali: American Airlines, Cisco, FedEx, Miscrosoft, Oracle, Exxon sembra dominino il territorio da sempre; eppure, solo nel 1890, appena una manciata di famiglie avevano avuto il coraggio di costruire la loro casa a Miami, devastata e falcidiata dalle 3 guerre Seminole tra esercito e indiani, alcune delle guerre più sanguinolente mai documentate (la seconda, in particolar modo, fu la più sanguinosa mai registrata negli Stati Uniti e costò la perdita della quasi totalità della popolazione della città). Da lì ai grattacieli della finanza internazionale il passo è così breve che la velocità con cui una civiltà ne scalza un’altra e si impianta in maniera radicale su un territorio, cancellando di fatto i simboli e le culture autoctone, lascia veramente gelati. Non penso mai in maniera critica a questi eventi: schierarsi o prendere le difese di una parte significa incatenare un luogo a una costruzione ideologica che non mi appartiene; non voglio tradire la bellezza e il tempo delle terre che scopro, pertanto mi permetto con cinico distacco di vagliare e godere di quanto mi si fa innanzi, senza uccidere il presente con ragioni (seppur giuste) che vengono dal passato.

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Miami ha il fascino delle moderne metropoli internazionali e l’accoglienza delle città di sangue latino, calde e disimpegnate, sempre un po’ speciali e con quella sensazione che tutti siano sempre costantemente in vacanza. Una conquista pagata a suon di crisi, ultima quella legata ai contrasti con Cuba, che dalla Florida dista meno che #Key_West dal lago #Okeechobe, quando il movimento castrista depose Batista e migliaia di diretti sostenitori del dittatore si diedero alla fuga, trovando rifugio e ospitalità proprio a Miami. Un flusso migratorio che perdura ancora oggi e che è stato regolamentato da Clinton con il celebre accordo “Piede bagnato – Piede asciutto”, per cui solo coloro che riescono a toccare la terra ferma sono accolti sul suolo statunitense, mentre gli altri vengono rispediti in patria. Un flusso di immigrazione rapido, violento al punto da aver cambiato il profilo culturale della città. A Miami si parlano regolarmente (e per lavoro obbligatoriamente) due lingue: inglese e spagnolo. L’arrivo di grandi comunità latine sul territorio e la posizione strategica hanno aperto le porte anche a grandi infiltrazioni criminali. Le #gang che ancora oggi si spartiscono il territorio cittadino sono dedite al traffico di droga e di armi; la vicinanza con i paesi latino americani costituisce un ponte ideale per l’ingresso illegale negli #States. Domina l’immagine di una Miami cinematografica, squarciata dalla criminalità, dominata da bestioni afro-americani su enormi SUV con cerchi in argento cromato, che ti squadrano dietro occhiali da sole ascoltando musica a decibel inauditi, percorsa dalle lunghe Lincoln cabrio dei portoricani con camicia senza maniche e bandana in testa che segnano la loro cultura con la musica dei loro rapper e fanno vibrare i motori truccati ai semafori sulla Collins. L’impronta cool dei palestrati e pompati atleti della spiaggia d’oltreoceano intenti nel celebrare l’arte del tattoo che a Miami è cultura storica, la presenza in ogni luogo delle spettacolari baby con optional al silicone, bionde e fatali come lo sono solo sui calendari delle officine meccaniche, sono una costante a Miami. Anzi sono la Miami che si è liberata dal nomigliolo di “la sala d’attesa di Dio”, attribuitogli per via dell’età media altissima di qualche decennio fa. Uno scambio che ha dato un’impronta caratteristica e unica alla city e che oggi divide le prime pagine dei giornali con i terribili uragani che si abbattono spesso con violenza sulle coste scoperte della Florida. Il vice (il vizio, ricordate la celebre serie Miami Vice?) è percepibile, così come lo sono il lusso e la multietnicità, il relax e l’immensità dell’area urbana, le lotte intestine delle gang, il controllo della polizia, le casine in legno che ogni 200 metri segnano i tratti di mare controllati dai bagnini, strutture spesso molto vecchie ma affascinanti e sovrastate dal furore architettonico dei grandi hotel, la serenità con la quale puoi aggirarti anche di notte nelle vie, paradossi e conflitti, motivi per riflettere e occasioni per amare un luogo tra i più belli al mondo, una meta che mi ha suggestionato, della quale ho ricordato uno scampolo appena e della quale parlerei fino a stancarmi.

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