Monthly Archives: settembre 2014

E’ proprio il caso di dire #ritrovamenti !

Oggi sembrava la festa del #luogoabbandonato. Sul web hanno imperversato alcuni, bisogna dirlo, dei post più interessanti visti negli ultimi mesi. Immagini a dir poco spettacolari di luoghi dimenticati in giro per il mondo, istallazioni fatiscenti ormai risucchiate nella vegetazione, costruzioni dalle vestigia nobili sgretolate dall’incedere di una natura lenta ma inesorabile. Pensavo a “the day after” o alla serie di successo di #Discovery “La terra dopo l’uomo” una splendida visione di un mondo libero dagli uomini e una natura a cui poco importa di quanto noi si possa essere rispettosi o invasivi, basta lasciarle un po’ di spazio e ci pensa lei a rimettere le cose al suo posto.

Facile cancellare le tracce degli esseri umani, basta così poco a risucchiare tutto nell’oblio dell’inesistenza che questi #ritrovamenti fanno riflettere su quante volte ancora avremmo potuto abitare questo pianeta, auto-cancellandoci, senza lasciare traccia alcuna. Cosa ci affascina di queste immagini che ho raccolto da portali come architecture&design o Boredpanda? Un certo feticismo vintage? Oppure una latente voglia di vedere queste “cavallette umane” cancellate definitivamente da un pianeta sofferente? E’ più il gusto artistico di una composizione così perfetta nel suo dramma? Oppure un’inquietudine generata dalla consapevolezza che prima o poi … s’ha da sparire!

Questo spettacolare cimitero di navi, ad esempio, non poteva che essere nel #triangolodellebermuda. Una striscia di acciaio indistruttibile sgretolata dalla quiete e dal tempo. Il mare si prende il suo spazio.

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Questa città di pescatori in #russia fa soffrire. Non sai quando arriverà il prossimo morso, se il mare si ritrarrà lasciando alle piante l’onere della “pulizia” oppure deciderà di fare un sol boccone di questi rimasugli urbani.

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Questa torre di raffreddamento in #Belgio è inquietante. Il nucleare? Ce n’è abbastanza per distruggere l’uomo, ma non per cancellare la vita 🙂 Meno male.

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Ecco scoperto da dove è nato il progetto del “bosco verticale”: gli appartamenti di lusso con #giardinoverticale realizzati nel nuovo quartiere milanese ideato per l’#Expo2015. Tra l’altro sono stati riconosciuti tra i 10 edifici residenziali più belli del mondo, e questo allora che rappresenta l’ante-litteram?

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Facciamo una scommessa sulla noia che affligge l’uomo. Questo è l’annuncio: “Soggiorna nel primo #naturehotel” interamente progettato dalla natura, vivi il tuo primo e unico soggiorno di lusso nella location più vintage che esista. 500€ a notte. Facciamo sold out, ne sono sicuro.

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Questa stazione è forse più bella adesso di quanto non lo fosse in piena attività. Meglio questo contrasto così pacifico e fresco o il via vai di frustrati passeggeri rigorosamente in completo blu o grigio, con scarpa laccata e trolley portati come asini per i soprabiti? Mica voglio fare il polemico contestatore, ma certi cliché sono così evidenti da rendere impossibile distinguere le persone. Diamine!

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E se possiamo abbandonare anche castelli come questo, quanto pensi possa valere il luogo in cui abiti oggi? Non sarebbe meglio progettare con l’idea di una durata “finita” e con il principio di programmare anche il riutilizzo o lo smaltimento o almeno il disgregamento?

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Un vero capolavoro a #Sorrento.

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Abbiamo proprio la mania di divertirci e uscire lasciando il locale da pulire. Da qui si vede il profilo etico di una specie, perché quando estendi l’arco temporale a una visione di centinaia di anni o di millenni non parli più di incuria o inquinamento, affiora con violenza un profilo di razza stranamente inadeguato al mondo e alla natura. Siamo sicuri che questa specie sia di questo mondo? Possibile che lo abiti e non sia in grado di integrarsi senza lasciare traccia o fare danni? E lo dice uno che ha la passione per l’ars venandi e la natura degli uomini davanti alla natura e in confronto ad essa, un po’ la vive. A me desta molti sospetti.

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Distendiamoci. Loro si che hanno trovato un giusto accordo.

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Cimitero di macchine se visto nell’arco di 20 anni, discarica inquinante se vista in un arco di 100 anni, concime se vista nell’arco di millenni.

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Uno dei pochi luoghi in cui questi alberi sembra ci siano sempre stati. Alcune architetture sembra possano sopravvivere all’uomo, alla sua storia, alla sua sciocca cultura e soprattutto alla sua memoria. Avanzano inesorabili perché portano in sé il seme di qualcosa di oggettivo, assoluto, qualcosa che appartiene all’ordine del conoscere e non a quello del sapere.

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Questa è una delle mie preferite! La Jet Star Rollercoaster nel New Jersey, una scultura in mezzo al mare, degno monumento al divertimento e alla poca responsabilità. Tranquilli tra una trentina d’anni resterà solo qualche spuntone pericoloso per i surfisti.

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Quest’altra invece è in Giappone. Si lo so il primo pensiero è quello della bomba atomica, no? Scenario fumoso e desaturato, ideale per un evento così drammatico. Magari no … magari è solo alla periferia di un centro fieristico. Non tutti i muri sono li per dividere.

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La biblioteca russa che potrebbe essere la più ovvia delle istallazioni in una biennale. Siamo bravi a ricordare la storia attraverso un’abile via per eluderla e ignorarla, la trasformiamo in arte, ne celebriamo il valore, ne fissiamo il ruolo e poi cancelliamo il ricordo dalle generazioni che di quell’epoca vivranno solo la superficie dello sforzo artistico. Povero artista … se tu sapessi …

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L’unico parco giochi di Berlino Est ai tempi del muro. Cosa volete che gliene freghi al tempo, della nostra storia!

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La “piccola cintura ferroviaria” che serviva nel 1852 #Parigi abbandonata e divenuta un giardino metropolitano dall’insolita omogeneità. Ironico.

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Questo luogo dedicato all’attività navale militare in California è semplicemente psichedelico.

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Una foresta galleggiante in #Australia. Sembra proprio una beffa, come se gli alberi si divertissero a scimmiottare la caducità delle cose dell’uomo: “facciamo un giro per mare?”1078

E qui si pensa a Shining! Che pizza … ogni luogo è prima di tutto la proiezione di noi stessi, il crogiolo delle nostre sensazioni e delle nostre memorie, e delle nostre fisse cinematografiche. E’ giusto che siano fragili e scompaiano, dopotutto la cultura che plasma il mondo dell’uomo in millenni, non sopravviverà al tempo.

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E per finire l’ultima di questa sequenza fotografica, quella che forse meglio rappresenta la scomparsa, o meglio l’assenza. L’idea che si disperde, che si scioglie, che tramonta. C’è solo un avaro riferimento all’uomo, alla sua forma basica, quella del corpo, caduco e pesante, ormai in procinto di sparire.

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Questi luoghi sono splendidi, ognuno merita un viaggio, non per guardarli appassire mentre il mondo le divora, ma per vedere come per il tempo, in realtà, non siano mai esistiti.

Welcome to #Miami, bienvenido a Miami

La porta #ovest.

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DALL’IMMIGRAZIONE AI TORNADO, DALLE GUERRE INDIANE ALLA CRISI CUBANA, DAI NARCOTRAFFICANTI AL VIZIO, IL VOLTO SPORCO DI MIAMI, UNA DELLE METE PIU’ BELLE DEL MONDO

Estesa, sconfinata alla vista, verde, bianca, azzurra, una città totale. La modernità dello skyline, affascinante e lineare, morde affacciandosi sull’Oceano Atlantico, dalla spiaggia emergono i grattacieli di South Beach, ordinati ed esasperati, nello splendido esercizio architettonico che gli investimenti delle grandi catene alberghiere hanno reso possibile.

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Adoro l’abbondanza della natura che si accalca tra mangrovie e palmizi sul fiume Miami, seppellendo letteralmente le ville esclusive di vip e giovani rampanti milionari; appena sopra i tetti che sporgono, raramente a dire il vero, dal verde della costa della Biscaine Bay, troneggiano grattacieli bianchi, torri di vetro, appartamenti costosissimi che dividono con la spiaggia il dominio di una delle coste più conosciute del mondo: Miami Beach.

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Camminando sulla Collins Avenue, che sfila diritta come una lama da South Beach fino oltre Haulover Park a miglia e miglia di distanza, si percepiscono le reali dimensioni su cui estende l’area. Puntare una delle torri lontane e cercare di raggiungerla a piedi, sfidando il caldo, convinti che l’altezza detti anche le misure della lontananza è uno degli errori che si compiono puntualmente. In realtà, il mix di superficie piatta e imponenti architetture sfalsa completamente le proporzioni e ci si avventura in traversate di 2 ore per scattare una foto. Quanto ho fatto io a poche ore dal tramonto.

Dal 18° piano del #Gansevoort Hotel, su Collins Avenue, appostato strategicamente a bordo di un lettino bianco, parcheggiato tra circa 60 posti selezionati per i giovani americani facoltosi che si riversano a Miami in settembre, sul bordo della piscina regolarmente popolata dal delirio pomeridiano della dance people, osservo il quartiere finanziario di #Brickell, dall’altra parte del fiume. I ponti principali di Julia #Tuttle a nord e Mac Arthur a sud spalleggiano il piccolo passaggio che scavalca #Venetian Island attraversando tutta la baia fino alla Trinity Cathedral. Scendo velocemente in stanza, il tramonto sopraggiunge rapidamente, un’ora di sole sembra essere sufficiente per scattare una foto dello #skyline finanziario dalla Venetian #Causeway, catturando magari la luce delle barche in rientro che attraversano il Mec Arthur Bridge tutto illuminato. Dal Gansevoort scendo in basso verso #Lincoln Road e da lì su verso il Venetian: una traversata da impavidi, otto chilometri a passo di corsa, carico di zaino e macchina fotografica, per cogliere il momento perfetto in cui le luci della città cominciano pungere l’azzurro intenso del cielo della Florida. Uno sforzo incredibile, ma utile: all’arrivo mi conquisto uno spazio tra le fronde degli alberi dell’ultima isoletta e comincio a scattare. Ogni storia sembra rivelarsi nelle luci.

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Sulla terra ferma, al di là di #South_Beach, #Miami si presenta colossale, ricca, pulita. La sensazione di benessere e modernità, che si percepisce dalla razionalità con cui il quartiere finanziario di Brickell sorge nella cristallina estate americana, si insinua tra i vialetti e i giardinetti curati, si annoda nella #bayside dei localini popolari per ritornare sulle highway che ti trascinano a decine e decine di miglia a caccia di uno shop che sembra disperso nel cuore degli Stati Uniti stessi. Sono molto diverse le cose rispetto a quando le tribù indiane Seminole occupavano questi territori (come ovunque in America e come in molte altre parti del mondo, certo), ma nel caso degli USA la rapidità dei cambiamenti è devastante. Osservo le torri di alcune delle più importanti corporations internazionali: American Airlines, Cisco, FedEx, Miscrosoft, Oracle, Exxon sembra dominino il territorio da sempre; eppure, solo nel 1890, appena una manciata di famiglie avevano avuto il coraggio di costruire la loro casa a Miami, devastata e falcidiata dalle 3 guerre Seminole tra esercito e indiani, alcune delle guerre più sanguinolente mai documentate (la seconda, in particolar modo, fu la più sanguinosa mai registrata negli Stati Uniti e costò la perdita della quasi totalità della popolazione della città). Da lì ai grattacieli della finanza internazionale il passo è così breve che la velocità con cui una civiltà ne scalza un’altra e si impianta in maniera radicale su un territorio, cancellando di fatto i simboli e le culture autoctone, lascia veramente gelati. Non penso mai in maniera critica a questi eventi: schierarsi o prendere le difese di una parte significa incatenare un luogo a una costruzione ideologica che non mi appartiene; non voglio tradire la bellezza e il tempo delle terre che scopro, pertanto mi permetto con cinico distacco di vagliare e godere di quanto mi si fa innanzi, senza uccidere il presente con ragioni (seppur giuste) che vengono dal passato.

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Miami ha il fascino delle moderne metropoli internazionali e l’accoglienza delle città di sangue latino, calde e disimpegnate, sempre un po’ speciali e con quella sensazione che tutti siano sempre costantemente in vacanza. Una conquista pagata a suon di crisi, ultima quella legata ai contrasti con Cuba, che dalla Florida dista meno che #Key_West dal lago #Okeechobe, quando il movimento castrista depose Batista e migliaia di diretti sostenitori del dittatore si diedero alla fuga, trovando rifugio e ospitalità proprio a Miami. Un flusso migratorio che perdura ancora oggi e che è stato regolamentato da Clinton con il celebre accordo “Piede bagnato – Piede asciutto”, per cui solo coloro che riescono a toccare la terra ferma sono accolti sul suolo statunitense, mentre gli altri vengono rispediti in patria. Un flusso di immigrazione rapido, violento al punto da aver cambiato il profilo culturale della città. A Miami si parlano regolarmente (e per lavoro obbligatoriamente) due lingue: inglese e spagnolo. L’arrivo di grandi comunità latine sul territorio e la posizione strategica hanno aperto le porte anche a grandi infiltrazioni criminali. Le #gang che ancora oggi si spartiscono il territorio cittadino sono dedite al traffico di droga e di armi; la vicinanza con i paesi latino americani costituisce un ponte ideale per l’ingresso illegale negli #States. Domina l’immagine di una Miami cinematografica, squarciata dalla criminalità, dominata da bestioni afro-americani su enormi SUV con cerchi in argento cromato, che ti squadrano dietro occhiali da sole ascoltando musica a decibel inauditi, percorsa dalle lunghe Lincoln cabrio dei portoricani con camicia senza maniche e bandana in testa che segnano la loro cultura con la musica dei loro rapper e fanno vibrare i motori truccati ai semafori sulla Collins. L’impronta cool dei palestrati e pompati atleti della spiaggia d’oltreoceano intenti nel celebrare l’arte del tattoo che a Miami è cultura storica, la presenza in ogni luogo delle spettacolari baby con optional al silicone, bionde e fatali come lo sono solo sui calendari delle officine meccaniche, sono una costante a Miami. Anzi sono la Miami che si è liberata dal nomigliolo di “la sala d’attesa di Dio”, attribuitogli per via dell’età media altissima di qualche decennio fa. Uno scambio che ha dato un’impronta caratteristica e unica alla city e che oggi divide le prime pagine dei giornali con i terribili uragani che si abbattono spesso con violenza sulle coste scoperte della Florida. Il vice (il vizio, ricordate la celebre serie Miami Vice?) è percepibile, così come lo sono il lusso e la multietnicità, il relax e l’immensità dell’area urbana, le lotte intestine delle gang, il controllo della polizia, le casine in legno che ogni 200 metri segnano i tratti di mare controllati dai bagnini, strutture spesso molto vecchie ma affascinanti e sovrastate dal furore architettonico dei grandi hotel, la serenità con la quale puoi aggirarti anche di notte nelle vie, paradossi e conflitti, motivi per riflettere e occasioni per amare un luogo tra i più belli al mondo, una meta che mi ha suggestionato, della quale ho ricordato uno scampolo appena e della quale parlerei fino a stancarmi.

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#centralpark che botta di #freddo

top_of_the_rock_central_park_new_yorkL’ultima volta che sono stato a #centralpark era Natale. La sera prima siamo stati a mangiare una bisteccona dalle parti della Medison, entrati con un clima freddo umido da farti cadere le mani e usciti, dopo ca. 2 ore in mezzo a una tempesta di neve pazzesca. Folate di vento che arrotolavano vortici di neve fitta come la nebbia, le strade coperte per 40 cm. e taxi scomparsi. Quindi avventuroso rientro sulla Lexington, poco distante per la verità, passeggiando per una New York imbalsamata nella magia dei decori natalizi e di una opportuna, quanto altamente scenografica, nevicata notturna. Mancava la slitta con le renne e mi sarei chiesto quando fosse partito il “ciak! Si gira!”.

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Mattina dopo alzataccia da escursionisti metropolitani per cogliere l’opportuna freschezza di uno scenario irripetibile. E in effetti la suggestione era tutta li, nella calma assoluta di un paesino di montagna appena poco più grande 🙂

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Central Park era pazzesco! Una località a parte, a tutti gli effetti, con orde di ragazzini armati di slittini, con sciatori di fondo, pattinatori, scoiattoli e bianco a perdita d’occhio.

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Mi sono sempre ripromesso di andarci ine state, quando lo scenario cambia e il luogo vive altre dinamiche, non ci sono ancora riuscito, ma il video che ho trovato stamane sul Ney York Times contribuisce di brutto a far salire la fissa da Central Park.

Qui sotto invece pochi secondi della tempesta perfetta beccata la sera uscito dal ristorante.

Torno a #Pattada. Dove le tradizioni non possono morire.

Non c’è mai fine alla storia di un popolo fin quando ci sono bambini che raccolgono l’eredità.

Quanto impiega una civiltà a edificare il proprio sistema di valori? Trovare la lettura del proprio cosmo e trasferirla sulle cose del quotidiano per illuminare di “senso” ogni cosa e in ogni momento? Millenni, forse, o un attimo, sufficiente a disegnare in un colpo quello che un tempo, sotto la parola “tradizione”, rappresentava lo stato più prezioso cui si potesse aspirare.

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Valori o solo costumi, significati o solo ricordi, tradizioni o solo consuetudini, non è ben chiaro quello che riusciamo ormai a percepire dalla ritualità dei comportamenti e dai simboli delle vestigia, magari ben poco e magari quegli stessi significati sono tornati a nascondersi in attesa di essere presto riscoperti. Ma al di là di quanto profondamente si possa penetrare la sapienza popolare antica, bruta e cinica, eppure cosi elegante e pregna, resta la limpida impressione di come giovani e giovanissimi coinvolti nelle “tradizioni popolari” di ogni luogo stiano a rappresentare quella essenza che ha come corpo il tempo e come spirito la speranza.

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Direi di essere fortunato. Per il momento non è importante quanto in profondità possa arrivare questo breve ragionamento, ma solo l’idea di averne avuto sentore durante i festeggiamenti di Santa Sabina (#santasabina) a #Pattada è un immeritato regalo di cui gioisco. Non tutti i luoghi, ormai purtroppo, hanno ancora la forza di trattenere la storia e rilanciare una scommessa sul proprio futuro, non tutti possono vantare una partecipazione cosi sentita e giovane, nettamente superiore a ogni aspettativa. Mi si conceda l’audacia, ma non mi interessa cosa sia successo alla volta della chiesa dedicata alla Santa che, ahimè cadde rovinosamente, quella è storia, è cultura, ma la marcia dei cento cavalieri con i destrieri bardati di mille campanelli assordanti e dei bambini listati come fossero un quadro indelebile e immutabile di un luogo, eredi inconsapevoli di secoli di sapere, quello si che mi prende, che mi rapisce e non so dargli risposta. Ma quanti giovani ci sono qui? Per una popolazione cosi piccola un esercito di ragazzi cosi grande, impensabile.

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Non è il tempo che passa a decidere per le cose del mondo, non è la cultura che fissa la verità, un evento non diventa mai tradizione, è la tradizione che crea l’evento.

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Santa Sabina fu condannata alla decapitazione dal prefetto Elpidio nel 120 ca. La sua ricorrenza, che coincide ovviamente con la festività che si celebra a Pattada è il #29settembre. Se cercate informazioni su Santa Sabina non troverete moltissimo, questi signori su Facebook forse qualcosa in più vi sapranno dire, qui.

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#Simmetria pittorica e architettonica al #Santuario di #Santarosa

Quello del Santuario di Santa Rosa da Viterbo è uno degli esempi più vivi di austerità e simmetria. Dietro una facciata lineare e un interno dal può sapore neoclassico, si cela un immenso tesoro che, tra dipinti, affreschi, polittici e quadri, racconta il profondo legame della città con la santa bambina e di questa con la spiritualità. La struttura è stata completata nell’800 ma è il frutto di numerose, quanto consuete per l’epoca, stratificazioni che risalgono fino agli inizi del 1200 quando l’edificio aveva il nome di Santa Maria. Il corpo della Santa, oggi mummificato e ancora visibile nelle stanze adiacenti alla chiesa, fu traslato dopo essere stato ritrovato miracolosamente integro (malgrado fosse sepolto senza bara) a metà del 1200 e traslato nella chiesa detta della Crocetta da papa #AlessandroIV.

 

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L’incredibile simmetria che si ripete nelle opere pittoriche e architettoniche di origine sacrale sono sorprendenti. Questa che vedete in foto è l’interno della cupola che sviluppa da una pianta ottagonale una serie di affreschi concentrici che dalle santità si avvicinano al centro in cui trionfa un agnello dorato.

Per la festività di Santa Rosa da Viterbo leggete anche qui.

 

#Sardinia. Under the #bearrock

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In effetti la forma dell’orso non la vedi … ma nemmeno la immagini da lontano. L’unico modo per ammirare questa insolita forma è mettersi in bilico sulle rocce protese verso il nulla e su cui soffia un vento iperbolico, oppure salire comodamente in barca e guardare a sud, in alto, mentre esci dal porto di #Palau. Così puoi ammirare una roccia effettivamente impressionante per dimensioni e forma, e soprattutto perché troneggia in alto sul promontorio che affaccia sul mare. Veramente suggestivo. Malgrado queste esigenze la visita alla Roccia dell’Orso vale veramente i giustissimi 2 euro che spendi per salire in cima. C’è uno splendido sentiero che sale verso la vetta e trovare un po’ di tranquillità su in alto tra le rocce sarde e la vegetazione che ti proteggono è un’esperienza che resta sicuramente. Nella roccia ci si va, in effetti, letteralmente dentro, entri nella pancia doverosamente protetta dai cordoni di sicurezza e provi a farti una foto se il vento te lo permette perché in condizioni normali mulina che ti porta via, non voglio nemmeno immaginare quando il celebre #maestrale si arrotola come un uragano dentro il tunnel, roba quella si da brividi!

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Il mio primo Igertuffo :)

 

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Dopo aver  aver letto il post dell’amico e fotografo Alessandro Barbato sugli Iphoneografi (fotografi con lo smartphone) non potevo non postare questo scatto realizzato con l’iphone sott’acqua. Sarà pure una banalità eppure scoprire che un case waterproof sia così funzionale da trasportare le sensazioni del socialphone sott’acqua mette un po’ di pensieri. Il primo è quello entusiastico di scoprire come dentro e fuori dall’acqua ci sia margine per lavorare con la qualità, a volte sorprendente, che offre il cupertinophone. Poi il pensiero edonistico professionale di poter “postare” addirittura dalle “profondità” del mare … di fatto se c’è buona copertura mandi tweet con le bolle. Poi quello più meditato e razionale della simbiosi cibernetica tra la persona e le sue estensioni anatomophone. Da questo deduci quanto sia drammaticamente necessaria e rapida l’ascesa della tecnologia #weareble e quanto inutile sia dimenarsi come un’anguilla, appunto, per tentare di anticipare un tempo che è già preistoria. Insomma, nel fare lo scatto ho goduto, poi mi sono ammosciato, poi mi sono rientusiasmato, poi mi sono rassegnato, in fondo, in fondo, il fondo è difficile da vedere.

 

Il ponte di #Siduhe, quello fatto con il razzo.

Troppo estremo per essere solamente un ponte! Qualcosa di inconsueto doveva pur averlo, e infatti: approfondendo la ricerca esce che per tendere il primo cavo-pilota al di sopra di quell’immensa gola tra le montagne della provincia di Hubei in Cina, i tecnici e l’esercito si sono inventati un bel “razzo-missile” che hanno letteralmente sparato dall’altra parte. Un’opera tanto audace quanto redditizia, visto che il mortaio che ha catapultato il cavo è stato decisamente più economico dei metodi di costruzione alternativi.

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Esito finale: Il Siduhe è il #pontesospeso attualmente più alto, con i suoi 472 metri. Recuperate delle bellissime immagini proprio dello “sparo” del cavo e delle primissime fasi di costruzione.

Qui un bellissimo report fotografico sul ponte più alti del mondo.

E andiamolo a vedere dal vivo questo ponte! Qui.

Viterbo #3settembre14 trasporto della #macchinadisantarosa

#timelapse integrale della #macchinadisantarosa da quest’anno patrimonio #UNESCO durante la partenza dal Suffragio il #3settembre14. I facchini si dispongono nelle consuete fila e alla chiamata trovano posto sotto i quasi 30 metri della macchina. Al #sollevate_e_fermi gli uomini si prodigano in un unico sforzo e sollevano la colossale torre illuminata. Il baldacchino che ogni anno celebra la festività di #santarosa da #viterbo è trasportato nelle strette vie del centro destando lo stupore e l’ammirazione delle decine di migliaia di persone accorse alle celebrazioni. Dai tempo di#federicodisvevia la storia commovente della santa bambina nata senza lo sterno e miracolosamente sopravvissuta continua a tramandarsi in un lungo e raccolto periodo di festeggiamenti e partecipazione, in cui la fede (quel che ne resta almeno), la consuetudine, il costume e la grottesco (nel senso buono) si mescolano e sovrappongono come sempre si confà per le festività popolari. Il disegno architettonico della macchina, che viene periodicamente rinnovato, è da sempre stato terreno di sfida per architetti e ingegneri, artisti e costruttori e al di là delle intenzioni ha da sempre rappresentato una chiara fotografia dei tempi. P.s. Possa piglià fuoco instagram che taglia i video!

 

 

The Big #Belzoni. Il barbiere che ha rivoluzionato l’#archeologia.

Non è mai troppo tardi per diventare un avventuriero, o per sognare di esserlo, o per far finta che vi piaccia, o almeno per cercare una scusa per parlarne.

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Giovan Battista Belzoni è stato un omone di 2 metri con folta barba rossa e grugno autorevole che nei primi dell’800, sulla tratta Roma-Padova, era dedito alternare l’attività di barbiere a quella di idraulico. Mestieri nobili dai quali però ha tratto ben poco dello spirito del cercatore cui era legato. Ci volle un viaggio in Egitto perché la curiosità facesse esplodere il desiderio irrefrenabile della scoperta e ancor meno che lo conducesse ad alcune delle più importanti scoperte dell’archeologia dell’epoca. Non solo! Agli italiani quando gli capita di fare le cose mica le fanno a metà. All’epoca la ricerca di reperti, tombe e mausolei era una semplice e poco edificante caccia alt esoro, letteralmente. Il commercio di quanto veniva tratto dalle ricerche era fiorente e assai scarso l’interesse per la ricerca e la conoscenza dei popoli, almeno per i molti cercatori e mecenati intenti nell’arricchirsi con le antiche eredità del tempo. Belzoni, che mise piede per primo dopo 3000 anni nella tomba si Sethi, rivoluzionò l’approccio all’archeologia, arricchendolo di un alto contenuto culturale fatto di ricerca, interesse e ricostruzione storica. Si certo, quando parliamo di cultura abbiamo sempre il dubbio amletico che l’esasperata volontà di conoscere e capire distrugge le cose nella loro vera essenza e che, per di più nell’archeologia, ciò che è passato forse è bene che resti nel passato, tuttavia è un parere personale e per tale resta, ovviamente, il più autorevole e sensato nel mio post J. Comunque, Belzoni cambio le carte in tavola e pose le basi per un emtodo di studio che da quel momento in poi non sarebbe più stato lo stesso. Questo gli valse, come per tutti i rivoluzionari o i visionari una lunga sequela di persecuzioni, screditamenti, derisione, allontanamento, oscurantismo, niente di nuovo da parte dell’elite del tempo, che come vuole la migliore tradizione, resta nei secoli dei secoli il più fulgido esempio della propensione dell’uomo al cambiamento, alla ricerca e alla visione lungimirante. Quindi, se sei un brarbiere o un idraulico o anche un altro sedicente avventuriero con un certo interesse per l’esplorazione, o almeno per la letteratura d’avventura, o almeno per le scampagnate fuori porta, sei ancora in tempo per intraprendere il tuo cammino. Gli elementi ci sono tutti: tesori da scoprire, un mondo da visitare, una comunità internazionale da mandare a cagare. Evviva Belzoni!

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Se volete una disamina veramente seria su Belzoni ho trovato questo volume di Marco #Zatterin: Il Gigante del Nilo e qui c’è una bellissima introduzione.

MING THAIN

Imperdibile la gallery di Ming Thain, fotografo viaggiatore che in una serie di opere fotografiche ha disegnato con l’obiettivo un viaggio attorno al mondo. Pochi immortali scatti per fermare tutto le peculiarità di un territorio e legarlo in una sequenza unica in una mappa fotografica della sua esperienza.

Qui nel suo blog trovate tutta l’austera semplicità di than, con qualche variazione sul tema.

 

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Volete cambiare vita? L’ #Australia è il posto migliore, ecco perché.

Dove si vive meglio? Sicuramente dove ci sente a casa, ma per i tipi più analitici non perdetevi il portale dell’OECD (Regional Well-being) che analizza qualche centinaio di aree geografiche indicando con semplici grafici a fiore i livelli di sicurezza, ambiente, guadagni, lavoro, accesso ai servizi pubblici, salute, educazione, con punteggi da 0 a 10. Un modo diverso ma decisamente efficace di scegliere il prossimo luogo in cui fare un lunga, lunga vacanza.

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Il confronto tra nord e sud Italia è piuttosto scontato, anche se non sorprendente, mentre emergono poco edificanti situazioni in aree geografiche considerate più forti e più organizzate. Ad esempio sulle coste degli Stati Uniti, nel Delawere, dove le grandi città come Los Angeles e New York fanno sognare il mondo, si guadagna molto ma i livelli di sicurezza sono addirittura inferiori a quelli di Valparaiso in Chile in cui si guadagna poco ma sembra si viva più sicuri.

 

In Europa (seppure tutta l’area mostra di non eccellere in nessuno dei campi) spicca la Baviera che sorprende per le opportunità di lavoro a differenza della sofferente situazione continentale, anche se il clima non è proprio quello della Sicilia. E ovviamente come trascurare Londra che, in termini di servizi, lavoro scuola e salute è la vera regina d’Europa. Interessanti anche le aree che negli ultimi 10 anni stanno emergendo e valorizzando i loro contenuti, ma chi rispecchia un modello di crescita e progresso senza eguali è decisamente l’Australia. Sarà per la superficie sterminata e la popolazione ridotta, sarà che la posizione geografica li tiene più al riparo dalle orde di sfruttatori territoriali, ma i valori del nuovissimo continente sono tutti quasi al massimo, indicatori di una qualità della vita e dei servizi senza eguali (almeno secondo le logiche occidentali).

 

Ancora non compaiono paesi con orientamento religioso diverso o a forte caratterizzazione militare o tribale, sarebbe interessante comparare quello che chiamiamo progresso e “benessere” con situazioni cosi lontane dalle nostre abitudini. E per voi? Cosa scegliereste? Cosa conta di più?Schermata 2014-08-15 alle 13.44.32

Cinema #ontheroad e italiani #onthecouch

Qui un elenco dei cult movies che celebrano il viaggio e rivendicano, ognuno a suo modo, l’idea che il successo di un’avventura non è mai nell’arrivare alla meta, ma nel viaggio per raggiungerla.

 

1924-2014 l’Istituo Luce compie 90 anni (#istitutoluce) e il cinema italiano, ahimè, li sente un po’ tutti. Altro che viaggio, a parte qualche funambolico caso di successo più o meno nostrano, la creatività italiana, in tutti i settori, ha lasciato “ontheroad” il proprio spirito pionieristico per accomodarsi #onthecouch mentre il mondo gli corre avanti senza sosta. Perché? Semplice, perché non viaggiamo abbastanza e quando lo facciamo, lo facciamo veramistituto_luceente male. Più desiderosi di raggiungere una meta che assaporare il tragitto per raggiungerla, più sedentari di quanto non lo sia l’ombrellone stesso sotto il quale poltriamo, meno aperti alle culture locali di quanto non lo siano gli aborigeni con noi (e loro si che ne avrebbero i motivi). Siamo una specie che si sta estinguendo e queste abitudini si ripercuotono inevitabilmente nella quotidianità dove assumono le fattezze di rassegnazione, attesa, lagnanza, scarsa propensione all’apprendimento.

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Il trend dello spirito avventuroso è in picchiata e per chi pensa che una vacanza sia un’occasione per non fare assolutamente nulla non è che un untore con uno spirito fortemente vocato alla sazietà. Visto che amiamo sentirci #onthecouch almeno uno sguardo a questi film può riaccendere la curiosità per fare due passi a piedi.

#Viaggipazzeschi

Viaggia nella magia, salta sull’#orientexpress e guarda il mondo da un’altra epoca.

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Altro che aereo, il vero viaggio, a parte le vecchie diligenze che fomentano l’immaginario collettivo, è quello in treno! E che treno! Mica una sovraffollata accozzaglia di vagoni trainati da un’anonima motrice, qui si tratta dei 25 treni più lussuosi e, direi, affascinanti del mondo. Su tutti, nemmeno a dirlo, l’#orientexpress. Che ne dite di un Venezia-Londra in suite? Ve la cavate con 6.300$ ca. le prenotazioni per il 2015 sono già aperte.

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Sul link più sotto trovate l’elenco dei 25 treni più importanti al mondo, con i tragitti più assurdi, i riferimenti culturali più diversi. Spiccano, oltre al treno di lusso per eccellenza il Pride of Africa (#prideofafrica) che dalla Tanzania scende fino a Cape Town (#capetown) passando per le Victoria Falls (#victoriafalls) e Johannesburg. Altro bestione d’acciaio e lusso è Deccan Odyssey (#deccanodyssey) che vi riserva per soli 11.025$ la suite presidenziale per portarvi da Delhi a Mumbai attraverso i monumenti divenuti patrimonio dell’Unesco. Ma quando penso al treno non puoi non pensare all’Hiram Bingham (#hirambingham) che da Lima conquista le vette del Sud America e ferma a Machu Picchu (#machupicchu), i costi non sono proprio da “avventuriero” e se non avete in tasca almeno 7.000$ per una doppia vi conviene prendere il sentiero e godere di un viaggio meno comodo ma decisamente più intenso.

 

Qui il sito è completo di dettagli sul treno, i tragitti, le dotazioni e i costi.

#Sardegna, un atollo nel Mediterraneo ☺! Che?!

“Io la Sardegna l’ho girata tutta!”

Il prossimo cui sento dire una cosa del genere gli mollo un cartone sul muso.

#sardegna

Troppo aggressivo? E che diamine, se non ci fossi mai stato in Sardegna e mi affidassi ai racconti di tutti i viaggiatori “continentali” disegnerei poco più che un atollo. Sarebbe un’infame cartina geografica che descriverebbe, più che una regione, le basiche abitudini dei viaggiatori, ovvero: spiagge pazzesche, una costa mozzafiato, scorci incantati tra baie, insenatura e rocce a picco sul mare, resort, relax, rewind e reset. E il resto? O meglio? Il resto dell’immensa superficie che dai battutissimi 5/7 km interni alla costa si estendono nella spesso desolata isola? Il resto chi lo ha mai visto? Pattada! Pattada ad esempio la conoscete? Qualche smaliziato amante dell’outdoor e del collezionismo avrà sentito sicuramente parlare dei suoi celeberrimi coltelli in manico di corno di caprone (sa resolza). Ma dove si trova esattamente? E come ci si arriva? Allora, un pezzettino di non-costa me lo sono andato a conquistare e da Olbia sono rientrato per 80 km nell’entroterra. Non sono gli 80 km a essere sorprendenti, quanto lo scoprire che Pattada è una cittadina di montagna (quasi). Ah già … sappiamo che la Sardegna è un atollo figuriamoci immaginare escursioni in quasi montagna. Pattada è a 800 metri sul livello del mare e si raggiunge dopo una serie interminabile di tornanti a picco su incredibili e desolate vallate, ti obbliga a frequenti soste, non per bisogno ma per il piacere delle acque sorgive che sgorgano numerose lungo la strada. Quando sono andato a trovare Alessandro ho scoperto di che pasta è fatta l’isola e di che tinta sono le tradizioni e la cultura dell’entroterra. Ho un coltello Sa Resolza con inziali realizzato da suo zio Salvatore Sotgiu, uno dei pochi artigiani rimasti a conservare questa grande arte e per di più detentore del record di coltello più piccolo del mondo. Bando alle ciance ovviamente, su wikipedia c’è tutto, anche il palio degli asinelli, piuttosto sbrigatevi perché si corre il 29 agosto e per raggiungere il centro dell’atollo sardo a nuoto un po’ di tempo ci vuole.