#Waltdisney concert hall. L’amore e l’odio per la creatura di Frank #Ogehry

LA FILARMONICA SALE SULLA BUNKER HILL DI LOS ANGELES AMATA E ODIATA, LA STRUTTURA DI FRANK O’GEHRY RESTA COMUNQUE UN ESEMPIO SENZA PARI NELL’ARCHITETTURA CONTEMPORANEA.

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Walt Disney: il genio della fantasia, creatore dei più noti personaggi animati della storia dell’entertainment; disegnatore, animatore, regista, sceneggiatore e doppiatore della più grande famiglia di cartoni che sia mai vissuta sugli schermi cinematografici. Le celebri orecchie tonde del topo intelligente sono ancora oggi firma indiscussa delle esecuzioni Disney, l’impero costruito attorno alla morbidezza di una fantasia e di un sogno che accompagnava gli Stati Uniti, e non solo, fuori dalla Seconda Guerra Mondiale. Genio indiscusso la cui eredità sopravvive alla scomparsa (1966) e si rinnova con la medesima delicatezza comunicativa con cui, per quasi un secolo, la musicalità delle opere Disney hanno arricchito l’immaginazione di un intero pianeta.

Fu proprio Lilian Disney, vedova dell’uomo della fantasia, a bandire il concorso nel 1989 per la realizzazione di una sede idonea alla crescente celebrità della Los Angeles Philharmonic, divenuta in quegli anni una delle più apprezzate orchestre del mondo. La nuova sede della filarmonica, per la quale la signora Disney stanziò 40 milioni di dollari, doveva sorgere nella Downtown di Los Angeles, e rispettare alcuni criteri fondamentali: un ingresso principale aperto, un rapporto “sereno” con il vicino Chandler Pavillon, una facciata pedonale lungo Grand Avenue e un’area all’aperto riservata ai musicisti. Al bando parteciparono ben 72 studi di progettazione, tra cui numerose realtà internazionali. Tra tutti, fu proprio Lilian Disney a scegliere il progetto di un architetto locale, Frank Gehry, allora conosciuto a Los Angeles per le sue case fatte in zinco con lastre di compensato, dalle forme bizzarre, quasi antigravitazionali.

Il progetto sorgeva sulla Bunker Hill, la collina su cui, dopo gli importanti risanamenti edili, trovarono posto alberghi e appartamenti di lusso, il Dorothy Chandler Pavillon (attuale Music Center adibito a sala per opere e concerti) e il Mark Taper Forum (un teatro situato proprio in cima alla collina). La Walt Disney Concert Hall doveva inevitabilmente confrontarsi e integrarsi con questa importante “tavolata” architettonica per diventare nuova espressione di una città orientata verso la celebrazione delle sue eccellenze.

Il progetto originario di Gehry fu trasformato più volte, il confronto continuo con il territorio, le esigenze dell’acustica e la presenza di altri edifici contribuirono a cambiare alcuni dettagli e molti elementi dell’idea originaria: come l’eliminazione di un albergo e di un’ulteriore sala per la musica da camera.

La forma inconfondibile, declinata anche sul Museo Guggenheim di Bilbao, è innovativa e affascinante. La lucentezza dei pannelli esterni imprime uno slancio futurista all’opera di Gehry, quasi un’esaltazione della modernità e della tecnologia, articolandosi su forme talvolta sorprendenti.

Le linee si intrecciano con un dinamismo mai visto prima, e il progetto nella sua interezza sembra non mostrare unicità, sembra perdere le caratteristiche principali che un edificio dovrebbe conservare, quella di immediatezza e solidità del corpo. L’architettura di Gehry è invece un trionfo di leggerezza, di linee interrotte e riprese su piani e orientamenti diversi, un inseguirsi di giochi e di riflessi che sembrano non dare punti di riferimento assoluti, come se l’edificio celebrasse la sua unicità proprio nella mancanza di una forma unica.

Eppure la Walt Disney Concert Hall non sembra una speculazione architettonica, una di quelle opere orientate alla sola esibizione, c’è del genio nella sua creazione, c’è innovazione, sperimentazione, desiderio di rompere gli schemi senza perdere di vista i criteri fondamentali del sapere contemporaneo.

Un’“accozzaglia” di edifici diversi fusi in uno solo, una “catasta” di cubi, archi, pareti e incassi che paiono appoggiati in un angolo, che sembrano gli scarti di un complesso mosaico tridimensionale, dimenticati a margine di un progetto mentre altrove si edificano le forme compiute. Personale interpretazione per una realizzazione emozionante, fotografica, forte di un carico estetico decisamente nuovo, qualcosa che va oltre il destino dei landmark territoriali, fin troppo evidente la sua presenza per essere “semplicemente” quanto di più riconoscibile vi sia a Los Angeles.

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La stessa apparente casualità progettuale si declina sui percorsi interni. L’accesso dai due ingressi principali porta il visitatore a disorientarsi all’interno di percorsi a zig-zag, vie e viottoli senza “ufficialità progettuale”, che prendono spunto dalla pavimentazione e circolano all’interno di una selva di colonne fino al nucleo del teatro conservato nella sua purezza ed ermeticità. L’intento di Gehry è quello di offrire una vivibile sensazione di perdita della continuità urbana, elementi posizionati in maniera da coprirsi vicendevolmente, alternarsi, sovrapporsi e spesso mostrarsi a livelli diversi in cui il visitatore scopre magicamente in alto ciò che è abituato a trovare sul piano stradale in cui cammina, una sperimentazione già visibile nel Cabrillo Marine Museum, dove Gehry aveva realizzato elementi simili.

Questa modalità di confrontarsi con il futuro metropolitano tende a esaltare la funzione pubblica del luogo, lasciando al visitatore la possibilità di interagire con gli spazi, rendersi protagonista, improvvisare interventi anziché restare intrappolato nella reverenzialità di un luogo troppo distaccato. Un ambiente disteso e interminabile, in cui la mancanza di quelli che abbiamo chiamato punti di riferimento lascia la sensazione che lo spazio sia sterminato. La luce naturale che penetra fortissima dai tagli e dalle intersezioni delle forme ha una portata addirittura maggiore di quella naturale, un gioco che amplifica questa sequenza non-finita di spazi.

Gli ingressi sono “ruotati” rispetto alla comune modalità architettonica: posizionati infatti sui quattro angoli sono i portali di accesso a quattro luoghi che hanno una diversa e compiuta destinazione: a Nord-Ovest la Sala Soci Fondatori, a Sud-Est la Cascada, a Sud-Ovest il giardino musicisti e a Nord-Est l’ingresso principale/foyer. In questa fase emerge tutta la funzionalità dell’architettura di Gehry.

Il suo istinto progettuale lo porta a disegnare pezzi compiuti che, se realizzati individualmente, si mostrano come opere complete; i singoli pezzi vengono poi assemblati, realizzando quell’incredibile gioco di forme per cui il “compiuto ri-assemblato” esalta il “non-compiuto”.

 

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