Monthly Archives: settembre 2013

#Waltdisney concert hall. L’amore e l’odio per la creatura di Frank #Ogehry

LA FILARMONICA SALE SULLA BUNKER HILL DI LOS ANGELES AMATA E ODIATA, LA STRUTTURA DI FRANK O’GEHRY RESTA COMUNQUE UN ESEMPIO SENZA PARI NELL’ARCHITETTURA CONTEMPORANEA.

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Walt Disney: il genio della fantasia, creatore dei più noti personaggi animati della storia dell’entertainment; disegnatore, animatore, regista, sceneggiatore e doppiatore della più grande famiglia di cartoni che sia mai vissuta sugli schermi cinematografici. Le celebri orecchie tonde del topo intelligente sono ancora oggi firma indiscussa delle esecuzioni Disney, l’impero costruito attorno alla morbidezza di una fantasia e di un sogno che accompagnava gli Stati Uniti, e non solo, fuori dalla Seconda Guerra Mondiale. Genio indiscusso la cui eredità sopravvive alla scomparsa (1966) e si rinnova con la medesima delicatezza comunicativa con cui, per quasi un secolo, la musicalità delle opere Disney hanno arricchito l’immaginazione di un intero pianeta.

Fu proprio Lilian Disney, vedova dell’uomo della fantasia, a bandire il concorso nel 1989 per la realizzazione di una sede idonea alla crescente celebrità della Los Angeles Philharmonic, divenuta in quegli anni una delle più apprezzate orchestre del mondo. La nuova sede della filarmonica, per la quale la signora Disney stanziò 40 milioni di dollari, doveva sorgere nella Downtown di Los Angeles, e rispettare alcuni criteri fondamentali: un ingresso principale aperto, un rapporto “sereno” con il vicino Chandler Pavillon, una facciata pedonale lungo Grand Avenue e un’area all’aperto riservata ai musicisti. Al bando parteciparono ben 72 studi di progettazione, tra cui numerose realtà internazionali. Tra tutti, fu proprio Lilian Disney a scegliere il progetto di un architetto locale, Frank Gehry, allora conosciuto a Los Angeles per le sue case fatte in zinco con lastre di compensato, dalle forme bizzarre, quasi antigravitazionali.

Il progetto sorgeva sulla Bunker Hill, la collina su cui, dopo gli importanti risanamenti edili, trovarono posto alberghi e appartamenti di lusso, il Dorothy Chandler Pavillon (attuale Music Center adibito a sala per opere e concerti) e il Mark Taper Forum (un teatro situato proprio in cima alla collina). La Walt Disney Concert Hall doveva inevitabilmente confrontarsi e integrarsi con questa importante “tavolata” architettonica per diventare nuova espressione di una città orientata verso la celebrazione delle sue eccellenze.

Il progetto originario di Gehry fu trasformato più volte, il confronto continuo con il territorio, le esigenze dell’acustica e la presenza di altri edifici contribuirono a cambiare alcuni dettagli e molti elementi dell’idea originaria: come l’eliminazione di un albergo e di un’ulteriore sala per la musica da camera.

La forma inconfondibile, declinata anche sul Museo Guggenheim di Bilbao, è innovativa e affascinante. La lucentezza dei pannelli esterni imprime uno slancio futurista all’opera di Gehry, quasi un’esaltazione della modernità e della tecnologia, articolandosi su forme talvolta sorprendenti.

Le linee si intrecciano con un dinamismo mai visto prima, e il progetto nella sua interezza sembra non mostrare unicità, sembra perdere le caratteristiche principali che un edificio dovrebbe conservare, quella di immediatezza e solidità del corpo. L’architettura di Gehry è invece un trionfo di leggerezza, di linee interrotte e riprese su piani e orientamenti diversi, un inseguirsi di giochi e di riflessi che sembrano non dare punti di riferimento assoluti, come se l’edificio celebrasse la sua unicità proprio nella mancanza di una forma unica.

Eppure la Walt Disney Concert Hall non sembra una speculazione architettonica, una di quelle opere orientate alla sola esibizione, c’è del genio nella sua creazione, c’è innovazione, sperimentazione, desiderio di rompere gli schemi senza perdere di vista i criteri fondamentali del sapere contemporaneo.

Un’“accozzaglia” di edifici diversi fusi in uno solo, una “catasta” di cubi, archi, pareti e incassi che paiono appoggiati in un angolo, che sembrano gli scarti di un complesso mosaico tridimensionale, dimenticati a margine di un progetto mentre altrove si edificano le forme compiute. Personale interpretazione per una realizzazione emozionante, fotografica, forte di un carico estetico decisamente nuovo, qualcosa che va oltre il destino dei landmark territoriali, fin troppo evidente la sua presenza per essere “semplicemente” quanto di più riconoscibile vi sia a Los Angeles.

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La stessa apparente casualità progettuale si declina sui percorsi interni. L’accesso dai due ingressi principali porta il visitatore a disorientarsi all’interno di percorsi a zig-zag, vie e viottoli senza “ufficialità progettuale”, che prendono spunto dalla pavimentazione e circolano all’interno di una selva di colonne fino al nucleo del teatro conservato nella sua purezza ed ermeticità. L’intento di Gehry è quello di offrire una vivibile sensazione di perdita della continuità urbana, elementi posizionati in maniera da coprirsi vicendevolmente, alternarsi, sovrapporsi e spesso mostrarsi a livelli diversi in cui il visitatore scopre magicamente in alto ciò che è abituato a trovare sul piano stradale in cui cammina, una sperimentazione già visibile nel Cabrillo Marine Museum, dove Gehry aveva realizzato elementi simili.

Questa modalità di confrontarsi con il futuro metropolitano tende a esaltare la funzione pubblica del luogo, lasciando al visitatore la possibilità di interagire con gli spazi, rendersi protagonista, improvvisare interventi anziché restare intrappolato nella reverenzialità di un luogo troppo distaccato. Un ambiente disteso e interminabile, in cui la mancanza di quelli che abbiamo chiamato punti di riferimento lascia la sensazione che lo spazio sia sterminato. La luce naturale che penetra fortissima dai tagli e dalle intersezioni delle forme ha una portata addirittura maggiore di quella naturale, un gioco che amplifica questa sequenza non-finita di spazi.

Gli ingressi sono “ruotati” rispetto alla comune modalità architettonica: posizionati infatti sui quattro angoli sono i portali di accesso a quattro luoghi che hanno una diversa e compiuta destinazione: a Nord-Ovest la Sala Soci Fondatori, a Sud-Est la Cascada, a Sud-Ovest il giardino musicisti e a Nord-Est l’ingresso principale/foyer. In questa fase emerge tutta la funzionalità dell’architettura di Gehry.

Il suo istinto progettuale lo porta a disegnare pezzi compiuti che, se realizzati individualmente, si mostrano come opere complete; i singoli pezzi vengono poi assemblati, realizzando quell’incredibile gioco di forme per cui il “compiuto ri-assemblato” esalta il “non-compiuto”.

 

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Archibaleno. Perchè una sola architettura quando puoi farne 19? #Silken Puerta America #Madrid.

MADRID, GLI STUDI PIU’ INFLUENTI, LE MENTI PIU’ GENIALI DEL PANORAMA ARCHITETTONICO INTERNAZIONALE, TUTTI RIUNITI SOTTO UN UNICO TETTO.

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Audace, non solo al primo impatto, quello che mostra una livrea degna di una farfalla, quello che traspare dall’ambizioso progetto Silken Puerta Amercia di Madrid, di riunire in un’unica esecuzione il meglio degli studi di progettazione e le menti creative più ispirate dell’ultimo secolo. Un enorme arcobaleno di colori, di sensazioni, di impressionante susseguirsi di varietà e design, un arcobaleno di menti ancor prima, se pesato sui ben 19 studi coinvolti nell’impresa, un monito all’unità internazionale ancor prima che alla celebrazione delle architetture e degli stili e il risultato di una pacificazione così creativa non poteva che avere il colore dell’arcobaleno.

La base strutturale è stata pensata proprio per offrire la massima libertà di espressione agli architetti coinvolti nel progetto, per lasciarli liberi di interpretare e creare, importare il loro stile e definirlo secondo lo spazio che stavano realizzando, in ogni luogo e stanza si respira la cultura di provenienza, la scuola di appartenenza di ognuno di loro, per l’ospite è uno spettacolo, soggiornare al Silken ha il sapore dello spettacolo, dell’entertainment architettonico, del coinvolgimento.

Zaha Hadid, Norman Foster, David Chipperfield, Jean Nouvel, Ron Arad, Arata Isozaki, Marc Newson, Kathryn Findlay, Richard Gluckman, Javier Mariscal & Fernando Salas, Victorio & Lucchino, Plasma Studio, B+B uk, Jhon Pawson, Teresa Sapey, Chiritian Liaigre, Arnold Chan, una parte sostanziale di una sfumatura di genio e ricerca.

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L’ingresso si apre in un ampio spazio di 150 metri quadrati in cui Pawson ha sfruttato il dinamismo del legno per creare una hall d’accoglienza spaziosa e invitante. Dietro un ampio pannello le reception e gli ascensori sono a disposizione della clientela. Il legno crea continuità nella forma e si estende fino alle terrazze esterne.

Un monolite di sei tonnellate di marmo bianco di Carrara compone il front del bar all’americana, aperto per vedere ed essere visti. Newson lo ha fatto installare ancora prima del completamento della facciata, con i suoi otto metri e oltre, è una della parti più imponenti della struttura.

All’ingresso del ristorante, sulla sinistra, Liaigre ha distillato le sue Lagrima Negras, o black Tears, così si chiama il ristorante di ispirazione latina. Legno, pelle, vetro e alluminio, eleganza e piacere, linee che dal prezioso locale scendono fino alla cantina, un’alcova per 700 bottiglie che riposano sotto gli occhi degli avventori e delle lampade sistemate come vitigni sul soffitto del locale.

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Gli spazi che ha creato Zaha Hadid sono stupefacenti. La talentuosa architetta iraquena ha faticato in passato nel trasmettere il valore delle sue sinuose movenze architettoniche. Linee e curve che si addensano morbidamente negli spazi, pieghe di materie su cui gli occhi scivolano trasognanti, è uno stile assoluto il suo, di quelli che lasciano traccia nelle civiltà e la civiltà lo ha compreso in tempo, oggi le sue opere sono ispirazione per architetti e progettisti di mezzo mondo, sono ambite realizzazioni che impreziosiscono con autorevole arte paesaggi urbani e spazi aperti, nel Silken il Med Restaurant e una parte fondamentale delle stanze sono sue creazioni. Al primo piano del Puerta America il bianco fredda gli spazi, le linee morbide scaldano i sensi, ancora una volta è sorprendente muoversi all’interno delle sue realizzazioni. I Led, ormai futuro dell’illuminazione, sono ricami sotto la pelle dei materiali, i clienti comunicano attraverso frasi che si proiettano sui corridoi mostrando i servizi graditi.

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Il secondo piano è il luogo della provocazione di Norman Foster, un santuario urbano come è stato definito questo spazio realizzato insieme allo scultore basco Eduardo Chillida. La miscela ha generato un luogo prezioso, in cui l’ospite trova riparo dalle frenesie metropolitane, un punto di incontro tra gli uomini e i materiali, nella fusione sapiente di high tech e materiali come cuoio e moquette, spunti di raffinata modernità e tavolozza dei colori caldi. Le pareti sono assorbite dagli ingressi, la pelle bianca dona un senso di privacy ed eleganza, si è attirati all’interno dove si gusta il piacere di vivere una fantascienza vicina, reale, non più immaginata.

Dai corridoi sovrastanti emergono come una galleria d’arte le esibizioni di Nouvel e Chipperfield, gli spazi non si ridisegnano soltanto ma acquistano un nuovo valore, ridefiniscono il modo di viverli, di comunicare con essi, si arricchiscono di densità artistica e significato, interagiscono. A cominciare dai parcheggi sottostanti dove il colore fortissimo di rossi e aranci infuocati definisce un design dal forte contenuto grafico, si sale alla cima di un’opera di opere, un palazzo che espone se stesso alla vista e alla fruizione, il Silken Puerta America di Madrid non ha eguali al mondo, il lungo processo di progettazione premia i 3 anni di lavoro occorsi per realizzarlo, il risultato è un trionfo di colori e non potrebbe essere altrimenti.

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34.000 metri quadrati progettati come “porto” d’accoglienza per persone di diverse culture e diverse fedi, di nazionalità differenti, in questo luogo di comfort e lusso, gli ospiti incontrano la bellezza delle linee, interagiscono con il design, sono coinvolti dagli stessi ambienti, invitati a toccare, percepire con i sensi odori, colori e suoni che esaltano l’interpretazione artistico-architettonica degli spazi e creano un’atmosfera esperienziale unica. Un manifesto alla libertà, all’espressione, alle forme e ai materiali, ogni stanza della struttura è interpretata pensando al futuro, all’accoglienza, alle miscellanee di mood che trovano uno spazio comune in cui fondersi.

Non a caso esplodono sulle pareti esterne frasi e parole che invitano all’unione e alla libertà creativa, basta creare uno spazio comune e liberare l’estro delle persone per mostrare al mondo con quanta semplicità le diversità si uniscono e convivono.

IL QUINTO PIANO

Menzione speciale ai giovanissimi.

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Eva Castro e Holger Koehne, ovvero: Plasma studio. I progettisti che si sono conquistati il diritto a partecipare ad un progetto così ambizioso grazie alla vittoria ad un concorso sono forse l’espressione più dirompente della sperimentazione architettonica. Controtendenza e audacia: la loro proposta fortemente geometrica e contemporanea esprime il lato più giovane del Silken, il quinto piano è un trionfo di forme complesse, segmenti lineari che si intersecano, gli spazi sembrano ricavati da formule trigonometriche proiettate nel tridimensionale. Abbandonata l’idea del progetto alberghiero tradizionale i giovani Plasma hanno immediatamente recepito l’opportunità di partecipare ad un progetto che avrebbe sicuramente esaltato i prossimi canoni architettonici e rappresentato per molto tempo una forma di sperimentazione socio-professionale unica nel suo genere. La lobby d’ingresso è ricavata da lastre di acciaio inox, la sensazione distribuita da spazi forzati e colori cangianti trasforma l’habitat in una navicella spaziale. Le strisce di led si riflettono sul metacrilato esaltando sensazioni e suggerendo nuove visioni dell’ambiente, ad ogni passo le linee che inseguono l’ospite mutano la percezione dello spazio. Non c’è interruzione, tutto appare come un unico pezzo di materiale sfaccettato che si sottopone all’interpretazione del cliente per diventare lungo il suo corso ora la testa del letto, ora il bagno, ora il banco. Eclettico, sperimentale, audace e sorprendente, il quinto piano del Silken Hotel Puerta America ha una storia tutta a sé.