Monthly Archives: dicembre 2012

#Brooklyn il chilometro d’acciaio.

Una delle opere architettoniche più significative dell’800

una delle mete turistiche più visitate al mondo ha un’origine rivoluzionaria, ambiziosa e costellata di terribili tragedie.

1000 metri di granito, metallo e bulloni, un’imponente meraviglia, il tributo più onorevole all’immigrazione italiana, tedesca e irlandese che lavorò e morì per unire due sponde, due città, due secoli.

IMG_4842

Cambiavano gli scenari produttivi; i materiali della nuova classe industriale, anima e corpo delle costruzioni di fine Ottocento, si impossessavano delle nuove progettazioni. L’audacia architettonica di un secolo, per eccellenza ponte tra il moschetto dei reggimenti inglesi e l’automobile di massa del grande Henry Ford, avanzava rapidamente a riprova dell’impeto modernista che caratterizzava gli Stati uniti d’America della fine del XIX secolo. Fermento realizzativo, industrializzazione galoppante, scoperte e rivoluzioni, che da oltre oceano celebravano i nuovi ritmi di un mondo ormai veramente moderno, sostenuto da macchinari, da produzione, da organizzazione. Appena quattro secoli dopo il timido sbarco di Colombo nelle presunte Indie, ad appena 60 anni dal devastante fungo atomico di Hiroshima che di lì a poco avrebbe fissato i termini ultimi di una galoppata scientifica devastante e affascinante nella sua drammatica evoluzione, gli USA mostravano già i presupposti geo-politici di un dominio economico e iconografico che sarebbe durato per almeno un secolo.

Le opere erano, o tornavano a essere, in un bizzarro gioco di “art for people, people for kingdom”, icone dell’intraprendenza e dell’ambizione umana, una visione del futuro che costruiva sulla scorta della funzionalità rappresentazioni di sfide verso l’ignoto, celebrando in terra il desiderio assoluto di arrivare in alto, o di arrivare al di là.

Al rapido sviluppo dello skyline di una delle più belle metropoli del pianeta, New York, si sommavano opere di indubbio valore: gli architetti e i progettisti vivevano un’epoca dell’oro in una terra in cui l’oro aveva il colore del mattone, dell’acciaio e del petrolio.

bridgeok2

La via più breve per attraversare un fiume è scavalcarlo. Da una sponda all’altra, circa un chilometro, i cittadini della vecchia Brooklyn guardavano agli abitanti di Manhattan ammirando la vastità oceanica che separava le sponde dell’Est River newyorkese. Era il 1870 e l’ingegnere tedesco John Augustus Roebling presentava e otteneva il permesso a realizzare la sua grandiosa opera: un ponte d’acciaio che avrebbe unito definitivamente i due lati del fiume estendendo di fatto l’area metropolitana di New York. Il ponte di Brooklyn, il chilometro di metallo che rappresenta da quasi un secolo e mezzo una delle principali icone del moderno west, fu realizzato in 20 anni, trascinandosi dietro le grandi speranze degli immigrati che si affacciavano alle coste della nuova terra e le spaventose tragedie che ne costellarono il percorso realizzativo.

27 dei 600 operai coinvolti nella realizzazione persero la vita per embolia gassosa durante le operazioni di costruzione dei due giganteschi plinti che sostengono le campate. Lo stesso J. A . Roebling, nel 1869, rimase ucciso in un grave incidente in traghetto durante le operazioni di attracco. La direzione dei lavori passò al figlio Washington Roebling, a sua volta ferito e paralizzato per via di un’embolia. Nel 1885 Robert E. Odium si tuffò per primo dal ponte nelle acque dell’East River; morì poco dopo a causa di un’emorragia interna. Il 30 maggio del 1883, con una dinamica non ancora chiarita, forse per un falso allarme, forse per la caduta di una donna dal ponte, una folla di 20.000 persone presa dal panico si mise in fuga e 12 persone rimasero uccise. Una serie di macabri eventi che avrebbero dovuto segnare in maniera indelebile la storia di un’opera come questa, che invece resta saldamente ancorata all’immagine delle grandi conquiste dell’epoca, tanto forte che i fatti occorsi non hanno macchiato il successo di una simile architettura.

Per lungo tempo il ponte di Brooklyn conservò il primato di ponte più lungo del mondo, nonché di primo ponte d’acciaio realizzato, un’impresa costata quasi 16 milioni di dollari.

IMG_220026

Quattro enormi cavi, ognuno composto da 5657 chilometri di filo d’acciaio, fissati a grandi piastre, sostengono le campate poggiando sui piloni di sostegno in granito ad arco gotico, che come sculture moderniste sorgono dalle acque dell’Est River. I tiranti che partono dai cavi principali sostengono le migliaia di travi in acciaio dal peso di quattro tonnellate ciascuna e stabilizzano il ponte che nel 1883 venne consegnato alla città di New York. Due piani distinti separano le corsie destinate alla circolazione dei mezzi di trasporto, dei pedoni e delle bici, ognuno assolutamente nella propria corsia. I piloni sono talmente imponenti che durante la guerra fredda, come riporta il New York Times, il governo degli Stati Uniti pensò bene di ricavarne un bunker antiatomico. Sono stati gli operai della manutenzione a scoprirlo casualmente durante le normali operazioni di controllo. 350.000 pacchetti di cracker, coperte, attrezzi vari e scorte d’acqua e medicinali, insieme a non meglio identificate “scartoffie” governative utili a sostenere un eventuale attacco sovietico in un’epoca, quella della guerra fredda, che a noi oggi sembra così lontana, ma che fino a pochi anni fa ha delineato i profili geo-politici del mondo e portato più volte l’umanità sull’orlo della catastrofe planetaria.

Dal centro del Brooklyn Bridge, guardando la sponda di Manhattan, si gode del più bello skyline del mondo, un fluido complesso di grattacieli che ancora oggi si arricchisce di nuovi edifici che ne mutano il profilo. Dalla passeggiata sul celebre ponte si scorge un panorama orfano delle WTC (World Trade Center). Una sensazione di reale gelo si avverte di fronte alla grande ferita (un’immensa voragine) rimasta dopo lo smaltimento delle torri; dalla boscaglia dei grattacieli di Dawn Town si respira solo l’immenso vuoto lasciato dall’11 settembre 2001. Perché da lì, dal ponte, si guarda alla Brooklyn rinnovata, alla ricca Down Town di Wall Street e più in là a cafè e alberghi che abbracciano l’imponenza dell’Empire State Building, assolutamente spettacolare visto dal percorso pedonale del ponte; da lì si guarda al mare aperto e a Staten Island e si scorge in lontananza la Statua della Libertà; da lì si gode del tramonto del sole che cala verso il New Jersey, una posizione privilegiata per godere di una parte del mondo incredibilmente suggestiva.

 

Poco sotto il ponte, guardando dal basso i camminamenti su cui ogni anno la maratona di New York trascina decine di migliaia di persone a celebrare un evento speciale e unico, troviamo il River Cafè, un ristorantino realizzato sui vecchi docks: il costo di una cena, non certo tra le più convenienti, vale tutto il meraviglioso panorama della City, che di notte si profila e si innalza alle spalle delle bottiglie di rhum del bar e prosegue tra le luci magiche della Grande Mela per ricongiungersi con la linearità del suo chilometro d’acciaio, che lega le sponde di una metropoli in cui sembra battere il cuore del mondo intero.